unasuz unasuz

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susanna casciani  •mi piace vivere. •mi piace la carbonara. •mi piace perdermi.

Certe persone ti preferiscono triste. A te potrà sembrare assurdo, perché faresti i salti mortali per vedere tutti quelli che ti gravitano attorno un po’ più felici, eppure la verità è questa: certe persone si nutrono della tua tristezza. La tua tristezza le consola perché sono vuote, deboli, vigliacche. Certe persone, se ti presenti un po’ su di giri e più contento del solito dopo un periodo grigio, ti guardano come per dire “eri meglio prima” e ti fanno quasi sentire in colpa per i tuoi sorrisi. Quando decidi di aprirti al mondo, quando capisci che puoi ricominciare a sperare, a crederci, a giocare, a vivere, le vedrai impallidire per poi allontanarsi con estrema fretta. Se ne andranno perché non sapranno gestire la gioia, la tua gioia. Se ne andranno perché la tua felicità potrebbe essere la loro disfatta, un pugno in pieno viso, un promemoria di tutti i loro fallimenti. Abbi cura della tua allegria, allora. Della tua leggerezza. Non lasciarti portare via le energie e il tempo da chi non sa ridere e sorridere insieme a te, da chi ricompare soltanto quando ti senti morire. Perdona chi non sa affrontare il dolore altrui, perché il dolore può spaventare anche le persone più buone, ma tieniti alla larga da chi non ti ha mai detto “sono felice per te” ogni volta in cui sei stato felice.

L’unica cosa.

Ci provi a non fermarti mai.
Lavori, studi, telefoni, ti informi, ti migliori, bevi troppo, ma mai abbastanza, ti dai da fare, dormi solo quando è davvero necessario, eppure poi succede comunque.
Tra una corsa e l’altra, tra un impegno e l’altro, tra un nuovo obiettivo e l’altro, va a finire che abbassi la guardia. Non si sa perché succede, spesso accade senza motivo, tipo che accarezzi il letto appena rifatto o cade una foglia mentre cammini sovrappensiero,
e ti accorgi che ti manca qualcosa.
O qualcuno.
Ancora.
Sempre.
Che anche quando ti sembra di essere felice in realtà sei incompleto. Ci hanno creati con un pezzo in meno, secondo me, ma non l’hanno mica fatto perché lo potessimo trovare. L’hanno fatto perché lo potessimo cercare. Cercare, continuare a farlo, che poi è l’unico modo per non morire che conosco.

(eppure ce ne dimentichiamo sempre)

Vorrei essere un po’ più gentile con la mia pelle, per esempio, ché ho solo questa. Con le mie mani, con i miei capelli. Vorrei smettere di maltrattarli, di guardarli riflessi nello specchio e offenderli in ogni modo possibile. Vorrei essere più gentile con i miei occhi e per farlo dovrei dormire di più, ridere di più, piangere di più. Vorrei essere più gentile con le mie gambe e per farlo dovrei riposarmi ogni tanto, dovrei sedermi e godermi il panorama senza obbedire continuamente all’esigenza di andare andare e andare e non fermarmi mai. Vorrei essere più gentile con il mio cuore, certo. Perché alla fine si riduce sempre tutto a questo: al cuore. Saprei esattamente come fare: dovrei dire “ti voglio bene” alle persone a cui voglio bene. Dovrei chiedere scusa alle persone che ho deluso. Dovrei avere il coraggio di dire “ci sono rimasta male” e ancora “mi manchi”. Dovrei avere il coraggio di pronunciare qualche “vaffanculo” in più. Qualche “me ne frego”in più, che credo che alla fine questo brutto vizio di stare attenta a tutto mi farà ammalare. Dovrei accarezzare di più, abbracciare di più, ma soprattutto dovrei lasciarmi sfiorare più spesso. Dovrei dire “questo mi piace”, “questo non mi piace”, “sono d’accordo”, “non sono d’accordo”. Dovrei dimostrare che esisto. Ho passato una vita intera a nascondermi e adesso sento l’esigenza di raccontare al mondo che ci sono, che sono qui, che sono un disastro-magari-ma che non voglio più passare inosservata. Ci sono e non mi potete più schiacciare come se fossi una gomma da masticare ormai amalgamata con il cemento del marciapiede, non mi potete più sorvolare come se fossi un argomento scomodo o pesante, non mi potete più schivare come se fossi un ostacolo da superare. Preferisco scontrarmi con voi, preferisco che mi cadiate addosso. Sono pronta a farmi male e forse è l’unico modo che io conosca per essere gentile, per amare. Sono pronta a farmi male, ma non vi permetterò di distruggermi. Un attimo prima di andare in frantumi mi trasformerò in un gabbiano e riprenderò il mio volo, questo ve lo posso garantire.

sempre d’amore si tratta. speriamo. ma non è mica detto. e invece secondo me sì.

Mi fai sempre lo stesso effetto, come il Duomo di Firenze, le canzoni di Vecchioni, le persone che sperano nonostante tutto, le albe inaspettate, il mare agitato, gli occhi di mia madre: mi stupisci ancora, che è quasi una magia.

Sette mesi dopo posso dirvelo: ho un debole per i secondi. Per i secondi classificati, per i secondi amori e sì, anche per i secondi libri.
🍁
Grazie a @roberta.musci12 per la splendida foto.

E forse smetti di essere speciale nel momento esatto in cui inizi a convincerti di esserlo.

Motivi per i quali sono felice di fare quello che faccio. Anche se certe volte ho paura di sbagliare tutto. Anche se certe volte divento Susana. O Sussanna. O mamma, addirittura. E invece sono sempre io e il bello è che a loro vado bene proprio così come sono.

Se solo fosse vero.

Quello che conta di più non è quello che non hai. È così difficile capirlo e te ne stai seduta in un bar con i capelli umidi e il cuore assente ormai da tempo, in attesa di qualcosa o di qualcuno che ti sconvolga, che ti restituisca la tua luce. Provi a ricordare com’eri, provi a cercare quello che ti manca tra le cose che avevi un tempo, tra le cose che non avrai mai. Torni a casa e ti senti sconfitta, perché anche oggi non hai baciato, non hai sentito, non hai giocato, non hai ballato e quindi ti sembra che anche oggi sia un giorno perso. Non fai caso a quelle persone che ogni giorno ti si ripropongono davanti agli occhi, a quelli oggetti che, come se fossero incollati ai mobili, rimangono sempre al loro posto, quasi come se volessero rassicurarti. Dai per scontati i sorrisi che ricevi tutte le mattine e certe volte ti sei anche presa la briga di non ricambiarli, ma non sai che non esiste errore più grave di questo: i sorrisi non andrebbero mai lasciati cadere così, tra una chiacchiera inutile e l’altra. Quello che conta di più non è quello che non hai, pensi. Ti ci aggrappi con tutte le tue forze, ti aggrappi a certe giornate che non torneranno più, al profumo che invadeva camera dei tuoi quando tua madre si preparava per uscire, a quelle braccia che volevano il meglio per te e poi hanno lasciato che ti sgretolassi, che ti perdessi. Quando ci si perde ci si cerca nei luoghi in cui siamo stati felici, ma quegli stessi luoghi che un tempo ci illuminavano gli occhi adesso potrebbero essere solo un pugno sul cuore. È così difficile capirlo che quello che deve succedere succederà anche senza il tuo permesso, che qualcosa si farà spazio nonostante i tuoi muri, nonostante le tue remore e le tue paure. Che la solitudine è necessaria quasi quanto l’amore, ma che l’amore serve un pochino di più e che comunque non si può scappare. Che le barriere che tiri su per proteggerti non ti tengono al riparo, non ti salvano: sono una prigione. È così difficile capire che tutto quello che conta è quello che resta, niente di più, niente di meno. Tutto quello che riesce a sopravvivere. Certe persone. Certe storie. Certi ricordi, anche. Tutto quello che resta al netto della vita.

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