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#laprigionedeiricordi

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È vero. Crescendo cambia la percezione del tempo. La vita ha cadenze più lente. C'è meno ritmo. E proprio quando ti aspetti il meglio, succede come nei palinsesti televisivi. Arriva la pubblicità. Allora cambi canale. Oppure ti alzi e decidi di fare altro.
Posso dire ? Che noia!
Forse ho bisogno di evidenze diverse. Di qualcosa di più clamoroso. O maggiormente problematico. Forse ho bisogno di meno normalità. Di scintille. Di piccole delizie. Di persone che rispetto alle imponenti impalcature dei sogni trovino più interessante la curiosità di una cena a lume di candela.
Non so dove possa portare questo discorso. Sono figlio unico di una logica che oggi può sembrare anche contorta. Di ragionamenti che hanno piantato radici profonde nella filosofia dell'uomo. Nella fisica. Rimangono alcune cose, però.
Non serve rimanere in un hotel di montagna completamente solo per tutto l’inverno per scrivere un libro. Per provare una emozione diversa. Mi basta rivedere Shining.
Ho bisogno di riavvicinarmi a me stesso. Di tornare a ragionare in modo semplice e chiaro. Di rivalutare quei silenzi e quegli sguardi necessari per capire le persone.
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Credo nell’amore. Ci ho sempre creduto. Credo nell’ispirazione che nasce dall’ammirazione verso un’altra persona. Credo anche nel mestiere di amare. Credo in Prevert e Khalil Gibran. Credo che il primo dovere di ogni uomo innamorato sia quello di soddisfare. Di proteggere. Di interessare, coinvolgere e realizzare i desideri dell’altra.
Credo che tutte le relazioni sane debbano contenere dei misteri insondabili. Delle circostanze inspiegabili. Dei ragionamenti per assurdo. Credo negli inizi di ogni storia, temo le parti centrali e ho il terrore dei finali. Credo nelle relazioni forti di persone con caratteri forti. Uomini e donne che sognano qualcosa, che hanno bisogno di qualcosa e agiscono per ottenerlo.
Credo nei protagonisti, negli antagonisti, negli obiettivi mancati che insegnano e negli ostacoli superati, o presi in faccia. Fa lo stesso. Credo che i desideri concreti siano più forti di quelli astratti. Credo nella tensione. Nell’emozione di un’attesa, nel dramma di un rifiuto, e nella suspense di una risposta difficile. Credo che si impari più dal passato, che non rinnegandolo il passato.
Credo che ogni bella persona abbia comunque i suoi segreti da custodire, le sue idee da difendere, la sue potenzialità da esprimere. Credo nella sincerità di un pianto e nelle mille possibilità di un abbraccio. Credo nella natura umana delle scelte. Nel rispetto dei sentimenti. Anche quelli non ricambiati. Credo che le domande più profonde della nostra anima siano più importanti delle risposte.
Credo che un uomo innamorato sia un poeta travestito da architetto. Credo che amare sia il mestiere più difficile. Sottopagato. Sottostimato. L’amore è un ponte. Che parte dentro di noi e porta dritto al cuore degli altri. Un ponte. Già. Detto così non sembra molto. Sono solo misere assi di legno. Nei casi migliori è ferro. Niente di che. Ma ci si emoziona così tanto per tutto quello che ci può passare sopra. E senza mai restare troppo tempo a chiedersi, “reggerà?” #blog #blogger #gianlucamarcucci #laprigionedeiricordi #fiumicino #scrivere #leggere #libro #pensieri #domenica

È la fine di dicembre. Ma non un giorno a caso. È proprio la fine. L’ultimo giorno. L’ultima notte. Quella dove tutti festeggiano la routine. Anche chi non avrebbe un bel niente da festeggiare. Ultimamente mi sono reso conto che prima di scrivere penso in bianco e nero. Forse in una scala infinita di grigi la cose accadono più lentamente. E comunque le cose accadono. Anche nelle favole. Che senso avrebbe un cappuccetto rosso senza lupo. Una bella addormentata nel bosco senza arcolaio. O una Biancaneve senza la strega cattiva. Dalle favole però ho imparato a fuggire. E l’ho fatto tante volte, ma sono sempre tornato, convinto che prima o poi sarei rimasto. E invece ogni volta sono ripartito. Scappato.
Anche stanotte ho fatto ritorno nei miei pensieri più intimi. Senza muovermi. Senza spostarmi di un centimetro. Immobile sul divano di una stanza circondato da cose. In compagnia dei miei silenzi. A tratti spiato da un soffitto curioso.
La notte ogni pensiero è la pagina di un diario. La notte ogni ricordo mi ruota intorno. E per un istante la mia mente diventa il centro copernicano di un universo che orbita al contrario. Sono tornato. Forse per sussurrare a qualcuno un “mi manchi”. L’ho fatto in modo scontato. Quasi didattico. Eppure era la verità e lo è anche ora che sto ripartendo. Stasera alzerò un calice per brindare a tutto quello che non sono riuscito. A tutto quello che non posso e che non voglio. A tutto ciò che non importa a nessuno e che per me è importante. A tutti i desideri che vorrei indossare ancora. E a tutti quei meravigliosi errori che mi piacerebbe strapparmi di dosso. Del resto che rimane farò invece una pallina di carta da gettare via con un impreciso colpo di tacco. Guardando negli occhi i miei genitori e abbracciandoli non come fosse l’ultima notte al mondo. Ma come per dire semplicemente, Auguri.
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Niente è più assordante del silenzio quando ci si ferma a parlare con se stessi. Stamattina è più dicembre di quanto lo sia mai stato. Binari vuoti. Mulinelli improbabili di cartacce alzate dal vento. Incantevoli moti a spirale differenti per direzione. Mai per destinazione. Una figura retorica che descrive perfettamente la vita.
A volte scrivo con l’ingenuità di un bambino e la sincerità di un uomo che ha bevuto troppo. Non controllo più i pensieri. Sbiascico le parole. Di certo non penso di mettere in dubbio l’integrità delle mie certezze più radicate. Da qualche giorno vedo riflessi due occhi che non somigliano affatto ai miei. Magari Natale è diventato un periodo che non so affrontare. Lamentoso. Petulante. Irriconoscente.
Eppure avevo la presunzione di pensare che non fosse affatto così.
Oggi ho preso un frammento del mio tempo e ne ho fatto pensieri. L’ho scelto piccolo. Meno di un’ora. Un istante buio e silenzioso. L’ho stretto forte e poi lasciato andare. Di solito riesco a scrivere. Sempre. Ovunque. Mi appoggio con le parole al primo pensiero disponibile. Il resto poi viene da se. E fa poca differenza che si tratti del ciglio di una statale. Di un vagone. O una qualsiasi sala d’attesa. Non importa che sia giorno, oppure notte fonda. La mente va. E le storie sfrecciano con la stessa supponenza di un treno che affronta un passaggio a livello.
Stamattina i ricordi sono l’unica moneta che nelle mie tasche abbia un valore. Ma non conosco una valuta in grado di compensare l’irriconoscenza. Vorrei non pensarci più. Vorrei avere le persone che amo sempre vicine. Senza doverle per forza comprare, o ricordare. O magari immaginare che stiano guardando la stessa luna chissà dove, ma molto lontano. -
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Per quella interminabile rincorsa che precede un calcio di rigore. Per quel capitolo scritto prima di ogni conclusione. Per quella incubazione di silenzi che anticipa l’urlo.
Per quello spazio che separa un desiderio da un sogno.
Per quell’indizio prima di ogni spiegazione. Per quel senso di colpa che precede una scelta sbagliata. Per quel talentuoso restare in equilibrio tra il “non dire” e il “non fare”. Per quel buio in grado di accecare la fortuna e per chi è talmente umano da sembrare imperfetto.
Per quell’illusoria speranza di poter rimettere sempre le cose a posto.
Per quell’amore da dimostrare sempre e comunque anche sbagliando. Per quella distrazione che ti fa perdere il meglio. Per quella lontananza che ti fa smarrire la strada. Per quella sete aliena di cioccolate calde e vino rosso. Per quell’inconcepibile voglia di vapore acqueo. Per quel buonismo fasullo tipico del Natale e per quelli che invece giocano a fare i cattivi, ma non lo sono.
Per tutte quelle rincorse che non si accorgono delle scarpe slacciate.
Per tutti quei ritardi che sei sempre e comunque in tempo. Per chi non sa dirlo, però sa scriverlo. Per chi non sa farlo, però sa sorriderlo.
Per chi “fallire” è guadagnarsi almeno il diritto di provarci.
Per chi la carbonara è una declinazione di carboidrati e guanciale. Per chi prova, azzarda, spera, lotta, sbaglia e a volte rimedia. E per chi non è capace di farlo.
Per quelli che sono come me.
Quelli che la solitudine è una compagna e la malinconia un morso allo stomaco. Quelli che amano fino a farsi male. Quelli che ascoltano fino a farsi sanguinare le orecchie. Quelli che sputano il nocciolo. Quelli che gesticolano, ma non sbattono i pugni. Quelli che una volta sola non basta. Che “50 sfumature di grigio” leggilo tu. Che “Fabio Volo” due palle. Che “Nutella a colazione” tutta la vita. Che “sciare a capodanno” è meraviglioso. Quelli che “c’e sempre un motivo per lamentarsi”, ma che tanto alla fine ci viene sempre da ridere.
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“Sono convinta che la mia vita, per quanto virtuale, abbia avuto comunque un significato e sono contenta di come la sto vivendo. Eppure adesso che sono quasi arrivata alla fine della mia storia, non riesco più a guardare oltre un singolo lato dello specchio. Ma non so in quale lato guardare.
E non ho altri viaggi da fare Gianluca, la mia storia finisce qui. Sono contenta così. Grazie di avermi raccontata.” Forse non ho capito niente io di quel che accadeva nelle storie che leggevo. Forse ero troppo impegnato a scrivere e raccontare le mie. Di storie intendo.

E per un attimo realizzo che è molto più facile essere seduti sulla stessa panchina, che essere seduti nello stesso universo.

Due minuti ancora, poi Alice deve far ritorno al suo mondo. Qualcuno ci sta scrutando sulla soglia, gentile e guardingo come un gatto. Forse è un gatto.

Alice si allontana di un passo. Poi si volta ancora indietro. Mi regala una stretta di mano. Le brillano gli occhi come a una bambina di fronte ai regali di Natale. “Stavolta resterò laggiù per sempre. Tu lo sai cosa vuol dire? Perché io non lo so.” Non lo sa, nemmeno lei. Suona così strano l’arrivare a essere felici di non sapere per credere. Mille voci dentro di me si levano sarcastiche. Che bellezza può essere convivere per sempre con un coniglio nervoso, un bruco logorroico, un’altro che sparisce, o un tizio che vende cappelli fuori moda. Bel posticino da incubo questo famoso paese delle meraviglie. Eppure i suoi occhi vedono tutta questa bellezza.
Un istante ancora e Alice svanisce. “Nemmeno io lo so.” Mi ripeto dentro.
Poi mi volto verso quella costruzione dall’altro lato del ponte e mi scorre addosso una sensazione. Ripenso a quello che mi ha detto. Alla luce che aveva nello sguardo. E finalmente capisco.

Lasciare agli altri il dubbio di non sapere da quale parte dello specchio sia la realtà. È questo che fa la differenza tra un sognatore qualunque e un sognatore di successo.
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Persone che camminano veloci. Che mentre camminano guardano cellulari. Che si sfiorano distrattamente con altre persone, stringendo in mano quell’oggetto con cui ascoltano anche la musica. Con cui scattano le foto. Con cui comunicano con la persona che amano. Scrivono, prendono appunti e appuntamenti. Una scatola nera, nella scatola nera. E anche io eccomi qua, presente. Con la mia, per raccontare.

Come tutto il resto dello spazio e del tempo attorno a noi. Come quella profonda palude nella quale affondano i brutti ricordi. Come il cristallo di questi grattacieli che si contende il riflesso della luce con lo stesso metallo lucido dove è stato fissato.

Non ci sono luoghi giusti e tempi giusti per fare qualcosa che hai sempre desiderato fare. Tornare. Un viaggio è anche il suo contrario. -
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Una cosa che amo di New York è quella sua capacità di nascondere universi complessi in immagini di assoluta semplicità. Quel malcelato senso di malinconia che avvolge le strade. Le insegne luminose. I volti della gente che mi passa accanto.
Esistono due modi di guardare le cose. Il mio e quello delle persone che mi stanno intorno. Due diverse prospettive non necessariamente parallele, ma spesso convergenti.
È una specie di mondo fluttuante quello dei punti di vista. Un qualcosa che coesiste con lo stato reale delle cose. Come uno strato sottile di neve. Fin quando non si scioglie. È percezione della verità che si posa sulla verità.
E poi ci sono le decine, le centinaia, le migliaia di intersezioni che si creano ogni volta che questi punti di vista si vengono a toccare.

È da questo mio modo di interpretare le cose che partono le fantasie più sfrenate e i sogni impossibili. L’inizio. La fonte di ogni pensiero.
Una delle cose più difficili della verità oggettiva è che non riusciamo a capire se è vera semplicemente osservandola. Bisogna interagire con lei. Bisogna danzare con lei. Sapere che esiste. Ascoltarla, ma anche educarla ad ascoltare noi e non le nostre paure.
Serve una domanda giusta. Ma una domanda giusta nel momento sbagliato è una domanda giusta? Non lo è. Allora servono anche i tempi giusti. Perché il tempo che passa ci concede la prospettiva migliore per capire cosa domandare.

Perché solo col tempo ci accorgiamo che si tratta di una verità oggettiva e non della nostra verità. Solo il tempo che passa che ci aiuta a superare quella frustrazione del non aver saputo essere all’altezza di una situazione. Di aver sbagliato.

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Ho il desiderio di sgranchirmi un po’ le gambe e la testa. Voglio allontanarmi da questo mucchio di carcasse di pensieri e dubbi in assetto antisommossa. Pochi passi bastano per uscire dalla mia camera, pochi metri per uscire dalla mia città, pochi anni per uscire dalla mia vita. Ma se chiudo gli occhi per un istante posso addirittura perdermi nello stesso spazio, perchè al buio tutto sembra enorme ed ogni distanza incolmabile, come nei miei sogni.
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Thanks to the writer: Gianluca Marcucci for sending me his book !! 📖 ❤️💋 It will be a pleasure to read it. #laprigionedeiricordi @gmarcuccig

Credo che sia possibile vivere senza stringere. Senza abbracciare. Senza baciare. Ma non senza desiderare spietatamente di farlo.

Quando le possibilità non esistono i desideri non hanno corpo. Non sanno camminare. Non riescono nemmeno a tossire. A sbuffare. Oppure ad alzare un sopracciglio.

Una canzone di Tom Jones mi cammina dentro mentre aspetto a occhi semichiusi il solito treno. Intanto il freddo mi fracassa le ossa. Gela respiri. Mastica i polmoni e li risputa in terra. Goccia su goccia.

Ci sono giorni in cui sembra facile lanciare il cuore a canestro con la speranza di fare centro. Eppure continuo a prendere il ferro. Con quella sensazione di debordante incompletezza a farmi da sipario. Quando lo seguo con gli occhi. Quando lo vedo compiere qualche giro a vuoto. E poi cadere giù.

Stanotte mi resta la scrittura, lei sola. Assieme a tutte quella musica che non ascolta più nessuno. Quella che non è mai abbastanza. Quella che non è mai all’altezza del momento.

A tutti e tutto manca sempre qualcosa che li completi. Agli uomini. Al tempo. Allo spazio. Alla storia. Ai resti di un grande impero.

In fondo, anche all’infinito, manca una fine.

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Il mio amico mi guarda e cerca nei miei occhi le incertezze che sento dentro. Quando la mia ironia diventa sarcasmo dietro c’è sempre una storia che non voglio raccontare. Spero che non la trovi. Non mi va di parlare di me e dei miei errori. Non stasera almeno. È una bella serata di calcio e io adoro questo bar.
Mi guardo intorno. Le persone siedono ai tavoli interpretando vite. Più o meno tutti hanno un cellulare in mano.

In fondo non siamo altro che naufraghi. Navighiamo attraverso la vita e la rete cercando una qualche terra ferma nelle relazioni nuove, nel lavoro, nelle emozioni rapide e brucianti. Le emozioni forti sembrano l’unico approdo di certe solitudini. È un declino lento e spietato dei sentimenti. Della mia idea di amore. Uno schiaffo sul viso per sentirsi vivi.

In fondo cerchiamo solo qualcuno che ci ammiri, che ci desideri, che ci osservi e che ci restituisca almeno in parte le nostre attenzioni. Assuefatti all’apparenza. Vincolati al surrogato di una felicità virtuale. Confiniamo ogni definizione di amore in un’isoletta virtuale e irraggiungibile.
Questi adolescenti invecchiati siamo noi. È un’istantanea del nostro tempo. Non abbiamo alcuna applicazione nel cellulare che ci spieghi, ma ne collezioniamo moltissime nella mente.
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La felicità è uno spazio che si attraversa saltellando. A volte fischiettando un motivetto buffo. Perché in fondo, chi si sente felice, ama farsi ammirare felice. Io invece pedalo, sudo e sparo sciocchezze. Inganno il tempo. Strappo sorrisi a un amico. E ad ammirarci solo nuvole passeggere. -
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Amare è come svitare l’ultimo barattolo di Nutella con le mani legate, una benda agli occhi, i tappi alle orecchie e un principio di incendio sul divano del salotto.
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Non aver nulla da dire è probabilmente uno stato a cui non si da la giusta importanza.
Non chiedere. Non parlare. Non dire. Non fare. Sono un preciso atto di volontà.
Non avere nulla da aggiungere invece è un qualcosa che ti si aggroviglia nello stomaco e preme in mezzo alle costole togliendo il fiato.

Non credo che in una esistenza emozionante ci sia spazio per la normalità. Siamo tutti un po’ fuori di testa. Ma nel mio essere “fuori” non ci sono mai calcoli, o ambivalenze. Non ci sono falsi moralismi. Non ho mai barattato il mio star bene. Non in questa vita almeno. Nella prossima ancora non so, non ho ancora firmato niente. E non ho nulla da chiedere a nessuno. Nel caso qualcosa cambi vi faccio sapere.

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Alice era ossessionata dai fotogrammi. Come se il tempo fosse in qualche modo addomesticabile.
Il che, pensandoci bene, è abbastanza scontato quando si scatta una fotografia. Ma Alice aveva la stessa ossessione per tutto.
Conservava qualsiasi cosa. Scatole, scatolette, scatoloni. Ogni cosa meritava un contenitore e un suo spazio in casa. E quello che non entrava in casa veniva ordinatamente riposto nel grande garage.
Alice diceva che, dal momento esatto in cui vengono al mondo, il tempo si appoggia sulle cose senza farsi sentire. E in quel momento le cose diventano un ricordo da preservare.

Alice era una specie di Jacques Lacan vestito da governante. E comunque io ne ero spietatamente affascinato. Da quella sua ricerca del fotogramma. Da quel suo modo di disporre le cose con le etichette ben visibili anche in frigorifero. Dal quel suo vivere necessariamente impresso su una pellicola in bianco e nero, piuttosto che a colori.
Quello che Alice cercava era un antidoto al tempo che passa. Che consuma. Che porta via gli istanti migliori di noi. E forse a un certo punto pensava anche di averlo trovato. Quell’antidoto, intendo.
Invece il tempo continua a passare. Senza nessun antidoto opponibile. E l’unica cosa che può fare un uomo qualsiasi a contatto col tempo è farsi dimenticare.
Dover obbligare il tempo stesso a riscoprirti. In un’altra storia. In un’altra città. In un differente universo. In rete c’è un sacco di roba su Jacques Lacan, ma niente spiega meglio il suo pensiero dei due minuti di monologo di Kevin Spacey nel film “La vita di David Gale”. Questa pellicola merita. Merita non soltanto perché è una bella storia, molto americana. Merita perché è un racconto sul desiderio. Sul pregiudizio. Sulle scelte. E sull’accettazione delle conseguenze che ogni scelta comporta.
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Problemi da risolvere. Decisioni da prendere. Rischi di cui farsi carico. Scelte. Delusioni. Entusiasmi.Uno sguardo è efficace solo quando è sincero. Quando ti attraversa e ti guarda dentro. Quando ti tocca. Quando ti lascia quel retrogusto di emozioni profonde che fanno parte di una vita passata. Quando ogni singolo sentimento ti ricorda che non sei fatto di sola carne e di quotidianità. Ma anche di opportuni silenzi. Di riflessi. Di lunghi respiri e di polvere di tempo che non può tornare più. Stamattina mi ascolto e mi faccio ascoltare. Mi osservo e mi lascio guardare. Cerco di essere opportuno e rassicurante con l’uomo dello specchio. Finisco addirittura per scriverlo. E non perché farlo rappresenti in qualche modo la soluzione a qualcosa. È solo che così mi sento di esistere anche in un altro posto. Un universo dove tutto, ma proprio tutto, fila per il verso giusto.-
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Strano che uscendo da una pizzeria a pochi passi dal Colosseo ti vengano in mente certi pensieri. Comunque sempre meglio che ricordare i volti di quella coppia seduta accanto. Occhi che si guardavano da una distanza temporale di gran lunga maggiore di quanto fosse la realtà. Un metro a volte può sembrare un anno. Oppure trasformarsi in una deprimente eternità.
Volti privati delle loro storie. Di quella serenità a cui, a un certo punto della vita, sembriamo addirittura tutti destinati. Dita che palpeggiavano un cellulare. Che giravano con moderato scetticismo un cucchiaino nella tazzina di caffè. Senza pensare che nel caffè migliore, non va messo lo zucchero. Sguardi a volte persi in direzioni diverse. Universi nei confronti dei quali non si può fare altro che guardare altrove.
Fuori invece è tutta un’altra musica. Roma ti abbraccia. Roma è possente. Roma è eterna. Come le rovine di questo monumento senza età, sfuggito alla catastrofe di un impero. Ma se lo sfioro. Se lascio posare le mie dita sulla pietra. Se chiudo gli occhi. Mi sembra che non sia passato nemmeno tutto questo tempo da quel giorno. È come se una vibrazione da dentro mi avvisasse che non si è mai al sicuro nemmeno a certe distanze.

Stanotte mi sento più osservabile di quanto io riesca a immaginare. Come se qualcuno. Da qualche parte. Incurante dello spazio e del tempo. Lo stesse facendo da sempre. -
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