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"Questa scelta viene letta e vista come una cosa di grande altruismo, di amore per la maglia, di amore per i tifosi. Ma è una parte della verità. L'altra è che la mia scelta è stata molto egoista, perché io avevo proprio bisogno di giocare con la Roma. Ho il piacere fisico ed emotivo di giocare con questa maglia.
Gli anni in cui sono stato lì lì per andare via, quando magari a Natale sapevo che a gennaio avrei potuto lasciare Roma, sono stati molto particolari. Di solito all'ultima partita in casa a Natale, i giocatori pensano che al fischio finale cominci un periodo di vacanza. Invece io in quei momenti entravo in campo e avevo gli occhi lucidi di lacrime. Guardarsi intorno e pensare che era l'ultima partita all'Olimpico...
Mi è successo e ho capito che senza questa cosa non posso stare.
Vivere senza Roma sarebbe stata una cosa che mi avrebbe fatto più male del non aver vissuto un Real Madrid-Barcellona, o di non aver calcato gli stadi inglesi più belli, di non aver vinto determinate cose".
Daniele De Rossi
(Da ASR; A Difesa di una MAGLIA)
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This picture doesn't take on the grandness of this place .... #monumentodivittorioemmanuele #roma🇮🇹 #italy #bandiera #flag 🏛🗺☀️🌞

Passato, presente e futuro di De Rossi in 12 punti
Daniele de Rossi ha parlato di Roma e non solo in una lunga intervista concessa alla rivista 'Undici' dove si è raccontato a 360 gradi parlando della sua infanzia, degli inizi nel calcio e nella Roma, dei successi e dei rimpianti, del suo amore per i colori giallorossi e del rapporto con Spalletti e Totti, fino ai progetti per il futuro.

Ecco qui di seguito alcuni passi della sua intervista…

1. Daniele bambino “Da piccolo ero felice. Non mi è mai mancato niente, non abbiamo mai navigato nell'oro: mio padre giocava a calcio in serie C, mia madre era la segretaria del presidente dell'Eni. Il primo choc l'ho avuto a sette anni e mezzo quando è arrivata mia sorella e l'altro piccolo choc era spostarsi per seguire mio padre: non mi è mai piaciuto tantissimo, non ho le cicatrici dei miei ripetuti spostamenti, però dovevi andare in altri posti, eri sempre quello che aveva il dialetto diverso”. 2. Lo sport nel DNA “Da ragazzino ero ancora un po' confuso, mi piacevano tanto la pallavolo e il basket. Ero sicuro che avrei fatto lo sportivo, ma dovevo orientarmi. Farò il calciatore come lavoro, potrò permettermi di campare col calcio, l'ho pensato solamente anni e anni dopo”. 3. Il calcio come divertimento "Da bambino inizi a giocare a calcio ma non lo facevo perché avevo la prospettiva o la presunzione di diventare voler diventare un calciatore. Lo facevo perché mi piaceva proprio. I primi anni ho anche giocato poco nella Roma infatti, non ero uno dei titolari, non ero una delle stelle individuabili come il futuro campione, il futuro capitano della Roma. Non ero per niente così”. 4. Il cambio di ruolo negli Allievi Nazionali “Durante un Arezzo-Roma, ricordo che mi scaldavo con quello che ora è uno dei miei migliori amici, Emanuele Mancini. Perdevamo 1-0, chiamano, fischiano: "Entra". Emanuele pensava che dicessero a lui. Invece dicevano a me. Entro: faccio uno o due assist, cambio la partita, vinciamo 2-1. Ma la cosa che più ricordo è che in quella partita viene espulso il nostro capitano in maniera ingiusta. Difendiamo il 2-1 fin quasi all'ultimo minuto, quando un difensore centrale sbaglia un passaggio,

Il mondo è dei conquistatori, perché la maggioranza è volgare e debole.
(Alfred de Vigny)
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Tanta allegria e i colori di Burlamacco, da Viareggio a Gambettola con la trasferta organizzata dal gruppo autogestito dei Salmastrosi... 🎉🎭 #carnevaledigambettola #burlamacca #burlamaccanelmondo #bandiera #salmastrosi

Una speciale Burlamacca donata dal gruppo dei Salmastrosi, ospiti del Carnevale di Gambettola, durante la sfilata di domenica scorsa! 😊🎉🎭 #carnevalediviareggio #carnevaledigambettola #burlamacca #burlamaccanelmondo #bandiera #salmastrosi

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"Sono cresciuto con il mito di mio padre Cesare. Il giorno dell'esordio in prima squadra mi disse: 'Bravo figlio mio, oggi hai fatto un primo passo… Ti auguro di vincere più di me, e di alzare proprio come me, almeno una volta nella vita, una Coppa dei Campioni da capitano, perché è una sensazione stupenda'. Da quel giorno, cercai di migliorarmi sempre il più possibile per poter diventare un giorno il capitano del mio Milan. Quando alzai la Champions League con la fascia al braccio a Manchester, pensai immediatamente a lui. Finita la partita, presi il cellulare e vidi che c'erano moltissime chiamate, tra cui quelle di mia moglie, e svariati messaggi di complimenti. Tra tutti quei messaggi, il primo era quello di mio padre. Aprii la casella, e con mio stupore lessi che c'era scritto: 'Paolo sono orgoglioso di te. Papà' .Non mi aveva mai fatto un complimento… Era fatto così lui. Pensai, se Papà ha perso due minuti della sua vita per scrivermi questo, vuol dire che ho fatto veramente qualche cosa di importante. Tutta la squadra stava festeggiando, ma in quel momento, mi passò davanti tutta la carriera. Lasciai i miei compagni, e rimasi seduto per pochi minuti a rileggere e rileggere quel messaggio. Avevo raggiunto il sogno di mio Padre, quello di alzare la Champions da capitano proprio come lui. È stato sempre il mio esempio. Un padre silenzioso, che si faceva capire solo con uno sguardo. È stato il mio mito, e continuerà ad esserlo per sempre. Se sono diventato quello che sono oggi, il merito è tutto suo." (Paolo Maldini)

E se lo dice lui, se lo dice "il Capitano"...beh, grazie "Cesare Augusto"! Grazie per aver mostrato all'italia e al mondo intero una bandiera che rimarrà sempre nei cuori di tutti gli sportivi, un fortissimo difensore, dal grande talento e dal grande cuore rossonero, quel grande amato "cuore di drago".
#maldini #milan #bandiera #calcio #football #coppadeicampioni #italia
#calcisticamentenarrando

Passato, presente e futuro di De Rossi in 12 punti
Daniele de Rossi ha parlato di Roma e non solo in una lunga intervista concessa alla rivista 'Undici' dove si è raccontato a 360 gradi parlando della sua infanzia, degli inizi nel calcio e nella Roma, dei successi e dei rimpianti, del suo amore per i colori giallorossi e del rapporto con Spalletti e Totti, fino ai progetti per il futuro.

Ecco qui di seguito alcuni passi della sua intervista…

1. Daniele bambino “Da piccolo ero felice. Non mi è mai mancato niente, non abbiamo mai navigato nell'oro: mio padre giocava a calcio in serie C, mia madre era la segretaria del presidente dell'Eni. Il primo choc l'ho avuto a sette anni e mezzo quando è arrivata mia sorella e l'altro piccolo choc era spostarsi per seguire mio padre: non mi è mai piaciuto tantissimo, non ho le cicatrici dei miei ripetuti spostamenti, però dovevi andare in altri posti, eri sempre quello che aveva il dialetto diverso”. 2. Lo sport nel DNA “Da ragazzino ero ancora un po' confuso, mi piacevano tanto la pallavolo e il basket. Ero sicuro che avrei fatto lo sportivo, ma dovevo orientarmi. Farò il calciatore come lavoro, potrò permettermi di campare col calcio, l'ho pensato solamente anni e anni dopo”. 3. Il calcio come divertimento "Da bambino inizi a giocare a calcio ma non lo facevo perché avevo la prospettiva o la presunzione di diventare voler diventare un calciatore. Lo facevo perché mi piaceva proprio. I primi anni ho anche giocato poco nella Roma infatti, non ero uno dei titolari, non ero una delle stelle individuabili come il futuro campione, il futuro capitano della Roma. Non ero per niente così”. 4. Il cambio di ruolo negli Allievi Nazionali “Durante un Arezzo-Roma, ricordo che mi scaldavo con quello che ora è uno dei miei migliori amici, Emanuele Mancini. Perdevamo 1-0, chiamano, fischiano: "Entra". Emanuele pensava che dicessero a lui. Invece dicevano a me. Entro: faccio uno o due assist, cambio la partita, vinciamo 2-1. Ma la cosa che più ricordo è che in quella partita viene espulso il nostro capitano in maniera ingiusta. Difendiamo il 2-1 fin quasi all'ultimo minuto, quando un difensore centrale sbaglia un passaggio,

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