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kekkoz  Storie di cinema. Di @francescochignola.

Il suo nome è Harlean Carpenter, ma tutti la chiamano Baby. Harlean ha 14 anni quando suo nonno la spedisce al campo estivo Cha-Ton-Ka di Michigamme, nel Michigan, dove perde la verginità e prende la scarlattina. Jean, la mamma di Harlean, parte da Kansas City e per raggiungere la figlia ammalata attraversa il lago su una barca a remi. Dodici anni dopo, Harlean è una star di Hollywood. Ha preso il nome da nubile di sua madre, Jean Harlow, anche se tutti continuano a chiamarla Baby. Il 20 maggio 1937, sul set di "Saratoga" di Jack Conway, Jean deve recitare una scena in cui Carol, il suo personaggio, è febbricitante. Ma si sente male davvero. Si appoggia a Clark Gable e gli dice, sto male, portami in camerino. William Powell, il suo compagno, la riporta a casa. Jean non tornerà più sul set. Nelle due settimane successive si inseguono diagnosi confuse, dall'influenza all'infiammazione della cistifellea. Il 6 giugno William le mostra le dita di una mano e Jean non riesce a contarle. La portano in ospedale la sera stessa, al Good Samaritan di Los Angeles. Jean Harlow muore alle 11.37 del mattino dopo per un edema cerebrale causato da un'insufficienza renale. Secondo alcuni, a ucciderla sono state le conseguenze di quella scarlattina, lente ma inesorabili. Jean Harlow viene seppellita nel cimitero di Glendale. Indossa l'abito del film “La donna del giorno”, in mano ha una gardenia bianca, sul petto un biglietto di William: “Buonanotte, mia cara”. Sulla tomba c’è una sola scritta: "la nostra Baby". Le riprese di "Saratoga" verranno completate con due controfigure: Mary Dees, che le assomiglia molto, e Paula Winslowe, che sa imitare la sua voce. Sarà un grande successo.

Nel 1969 William Friedkin sta cercando di farsi un nome. Il regista di Chicago ha 34 anni e per il momento ha diretto tre film, tra cui un musical con Sonny & Cher, senza lasciare il segno. Sta girando "Festa per il compleanno del caro amico Harold", uno dei primi film americani totalmente incentrati su personaggi omosessuali. Durante le riprese, lo sceneggiatore Mart Crowley gli presenta Kitty, una ragazza di 23 anni che le cronache descrivono come bellissima, elegante, nevrotica. È la figlia di Slim Keith. Suo padre è Howard Hawks. William e Kitty cominciano a frequentarsi, dopo qualche mese vanno a vivere insieme. Slim insiste perché i due si fidanzino, ma William è un donnaiolo impenitente e non ha alcuna intenzione di sposarsi. Un giorno Kitty riceve una lettera: suo padre l'ha vista sulla copertina di "Vogue” e la invita a pranzo in California. Kitty è emozionata: non lo vede da una ventina d'anni. William la accompagna sul primo volo per Los Angeles. I tre si incontrano al Chianti, un ristorante italiano sulla Melrose. Hawks liquida la figlia, tremante, regalandole due t-shirt da uomo comprate in un grande magazzino e buttate dentro a un sacchetto di carta. Poi squadra Friedkin e gli dice, tu sei quello di quel film con i gay. Lui risponde di sì. Hawks gli dice, non capisco perché qualcuno possa voler girare una roba del genere, il pubblico non vuole sentire le menate della gente, il pubblico vuole azione, vuole i buoni contro i cattivi. Gli dice, sai cosa dovresti girare, un bell'inseguimento, ecco cosa. I due arrivano in hotel, Kitty scoppia in lacrime, William guarda il sacchetto di carta e non riesce a togliersi dalla testa quelle parole. Non se le toglierà dalla testa per tutta la vita. Pochi mesi dopo, il 30 novembre 1970, si apre il set del suo quinto film, “Il braccio violento della legge", che rivoluziona il poliziesco americano ed entra nella storia grazie all’inseguimento tra un’auto e un treno per le strade di New York. Kitty e William si lasciano nel 1972. Oggi lei ha 72 anni, lui 83. Si è sposato quattro volte, la prima con Jeanne Moreau, l'ultima con la produttrice Sherry Lansing, che è sua moglie da quasi 28 anni.

Nella prima scena di “Butch Cassidy” di George Roy Hill, Robert Redford sta vincendo una partita a poker. Uno dei giocatori si alza dal tavolo e lo accusa di barare, non sapendo che sta sfidando il temuto pistolero Sundance Kid. Questo è un depistaggio, in realtà, perché a noi interessa uno degli altri due giocatori, che non dice una parola e si vede solo per pochi istanti, in un angolo dello schermo. È un attore 25enne di Sacramento alle prime armi. Si chiama Sam Elliott. Cinquant’anni dopo riceverà una nomination agli Oscar per “A star is born” di Bradley Cooper, ma nel 1969 Sam è un signor nessuno. Katharine Ross, invece, è la protagonista ed è una star, reduce dal successo di “Il laureato” dove interpretava Elaine Robinson. Sul set, Sam e Katharine non si incontrano nemmeno. O meglio, come racconterà Sam, lui non osa rivolgerle la parola. Non si rivedono più fino a nove anni più tardi, quando si ritrovano a recitare insieme in un horror di Richard Marquand, “Il testamento”. Stavolta sono entrambi protagonisti, e stavolta si innamorano. Lei divorzia dal suo quarto marito Gaetano Lisi, un assistente di produzione che aveva conosciuto sul set di “La fabbrica delle mogli”. Katharine e Sam si sposano nel maggio 1984. Oggi sono ancora insieme.

Il 30 gennaio 1925 l'esploratore Floyd Collins entra in una grotta e non ne esce più. Siamo nel Kentucky, all'interno del Parco nazionale di Mammoth Cave. Floyd sta cercando un nuovo ingresso alla "Grotta di cristallo", che lui stesso ha scoperto otto anni prima, ma rimane intrappolato in un cunicolo, una ventina di metri sotto terra. Dopo quattro giorni, un cedimento impedisce ai soccorritori l'invio di cibo e acqua. Migliaia di persone accorrono sul luogo, spinte dalla curiosità: l'incidente si trasforma in un clamoroso caso mediatico nazionale. Questa storia non ha un lieto fine: dopo 14 giorni di isolamento, Floyd muore di fame e sete. Sono passati 26 anni quando nei dialoghi di "L'asso della manica" di Billy Wilder si fa riferimento al povero Floyd Collins, e non a caso, visto che la trama si ispira vistosamente a quel fatto. Il film è straordinario, ma nel 1951 il suo cinismo bruciante è troppo in anticipo sui tempi e, per la prima volta, critica e spettatori voltano le spalle a Wilder. Dopo l'uscita del film, uno sconosciuto attore montenegrino di nome Victor Desny denuncia il regista: sostiene di aver contattato due anni prima la segretaria di Wilder e averle dettato al telefono l'idea di un film su Floyd Collins. Il giudice dà ragione a Wilder, ma Desny ricorre in appello, affiancato dal famoso avvocato Jerry Giesler, quello che ha rappresentato Marilyn nella causa di divorzio da Joe DiMaggio. La Corte Suprema della California annulla la decisione con una sentenza storica (Desny v Wilder), invocando un processo. Nel giro di cinque giorni, gli avvocati di Wilder decidono di patteggiare. Victor Desny ottiene meno di 15 mila dollari, circa 130 mila di oggi. Di Victor Desny non si avranno più notizie, non reciterà più in un film, morirà a Los Angeles nel 1979 all'età di 72 anni. Ma il suo nome entra nella storia di Hollywood: ancora oggi una richiesta di risarcimento per un’idea “rubata” da un produttore viene chiamata “Desny claim”.

"Sai fischiare, no? Unisci le labbra e soffia”. È Lauren Bacall a pronunciare questa battuta, immensamente famosa, in “Acque del sud”. Ma quando, pochi mesi prima, appare sulla copertina del numero di marzo 1943 di "Harper's Bazaar", Lauren si chiama ancora Betty Joan. È stato il giornalista di moda Nicolas de Gunzburg a notarla da Tony, un locale di Manhattan, e a presentarla a Diana Vreeland, che le ha fatto scattare da Louise Dahl-Wolfe una foto in abiti da crocerossina. Betty ha solo 18 anni e vive nel West Village con sua madre Natalie, un'emigrata rumena che ha cambiato il cognome da Weinstein a Bacal, con una "elle". La rivista finisce nelle mani di Slim Keith, regina del jet set newyorkese, moglie di Howard Hawks. Slim mostra la copertina al marito, lui chiama la sua segretaria e le dice: scopri chi è. La segretaria capisce male, compra a Betty un biglietto per Los Angeles. Betty diventa la protégée della coppia. Slim le insegna come ci si veste, come ci si comporta in società, la rimodella a sua immagine. Hawks le sceglie un nuovo nome, Lauren Bacall, la affida a un coach per modulare il tono della voce, la scrittura in "Acque del sud". Il personaggio di Lauren si chiama Marie, ma Humphrey Bogart si ostina a chiamarla "Slim”. Tra Lauren e Bogart sul set esplode un amore che si consuma nei camerini, tra un ciak e l’altro. Hawks è furioso. Lauren è la sua creatura, la vuole tutta per sé. A due settimane dalla fine delle riprese, il regista chiama l'attrice a casa sua e le dice, Humphrey non ti ama davvero, se non la pianti ti rovino la carriera. Lauren torna a casa in lacrime, Bogart minaccia Hawks di andarsene dal set. La crisi rientra. Il film esce l’11 ottobre 1944, Humphrey e Lauren si sposano pochi mesi dopo, il 21 maggio. Restano insieme per quasi dodici anni, fino a quando Bogart muore per un cancro all'esofago il 14 gennaio 1957. Al funerale, Lauren mette nella bara un fischietto.

Un giorno del 1961, Harold Harvey detto "Herk" si trova in viaggio dalla California verso Lawrence, in Kansas, la città dove vive. A una ventina di chilometri da Salt Lake City, nello Utah, passa nelle vicinanze di un enorme padiglione abbandonato. E gli viene un'idea. Herk viene dal Colorado, è divorziato da pochi mesi, ha 36 anni e gli ultimi dieci, dopo una lunga formazione nel mondo del teatro, li ha passati a lavorare per una società di Lawrence chiamata Centron Corporation. I prodotti della Centron, apprezzati e distribuiti in tutti gli Stati Uniti, sono video a basso costo realizzati a scopi educativi e industriali. Ma la vista di quel luogo dall'aspetto decadente, che si chiama Saltair ed è una ex sala da ballo costruita con i soldi dei mormoni, lo spinge a provare il salto di qualità verso il cinema, impresa che era già riuscita a un altro professionista del Kansas, Robert Altman. Affida la sceneggiatura a un collega della Centron, John Clifford, che gliela scrive in due mesi. Mette insieme una minuscola troupe, si prende tre settimane di ferie, raccoglie in modo avventuroso meno di 20 mila dollari e va a Salt Lake City. Si porta dietro Candace Hilligoss, un'attrice sfaccendata di 26 anni che ha conosciuto a New York e che scrittura con una paga irrisoria: duemila dollari. Durante le riprese, Herk fa tesoro della sua particolare esperienza, trovando mille trucchetti per sopperire alla carenza di budget. La sua inquietante visione prende vita. Il risultato è "Carnival of souls", un film delirante su un'organista che dopo un incidente stradale si ritrova catapultata in un incubo. L'insuccesso spinge Herk a rinunciare: rimane alla Centron, dove lavora per altri 23 anni. Intanto il film, che negli Usa non è protetto dal copyright, circola nelle tv locali, che lo trasmettono come tappabuchi del palinsesto notturno. Herk fa giusto in tempo ad assistere alla riscoperta di "Carnival of souls", che dopo essere diventato un oggetto di culto underground, nel 1989 ritorna nelle sale, celebrato come un capolavoro che anticipa le visioni di autori come Romero e Lynch. Herk Harvey, morto nel 1996 a 71 anni per un cancro al pancreas, non ha mai diretto un altro film.

Per quelli della mia generazione e per molti altri, Ralph Bellamy sarà sempre Randolph Duke. Quello che in "Una poltrona per due" di John Landis, in combutta col fratello Mortimer, scambia le vite di Eddie Murphy e Dan Aykroyd per una scommessa da un dollaro. La trama la conoscete. Ma la storia di Ralph inizia molti anni prima, a Chicago, quando a un passo dal diploma delle superiori viene scoperto a fumare nei sotterranei della scuola, ed espulso. I genitori non la prendono bene. Dopo un paio di settimane, Ralph scappa di casa e si unisce a una compagnia itinerante che porta le opere di Shakespeare in giro per la provincia. A soli 23 anni è già a capo di una troupe teatrale, quattro anni dopo debutta al cinema. Nei primi cinque anni di carriera, Bellamy recita in 40 film: è instancabile, anche se quasi sempre relegato a ruoli secondari. Nel 1937 ottiene la sua unica nomination agli Oscar (ne riceverà uno alla carriera 50 anni dopo) per "L'orribile verità" di Leo McCarey, in cui si fa soffiare la fidanzata da Cary Grant. Il successo è tale che tre anni dopo, in "La signora del venerdì", si fa soffiare la fidanzata da Cary Grant un’altra volta. Nel film di Howard Hawks, Grant invia una ragazza, Evangeline detta “Vangie”, a "incastrare" il personaggio interpretato da Bellamy. Per farle capire che aspetto abbia, lo descrive così: «Sembra quel tipo dei film, hai presente, Ralph Bellamy». La battuta non è nel copione, la improvvisa Grant, e diventa famosissima. Ma allo stesso tempo è la croce di Bellamy, inchiodato al ruolo del belloccio senza carisma. Lo capisce lui stesso quando, sfogliando una sceneggiatura, trova al suo interno un personaggio descritto come "affascinante e noioso: un tipo alla Ralph Bellamy". Avrà tempo per riscattarsi: in 60 anni di carriera, Bellamy ha recitato in quasi 200 titoli tra cinema e tv. Il suo ultimo ruolo, prima di andarsene a 87 anni per un disturbo polmonare, è l'anziano imprenditore il cui destino è nelle mani di Richard Gere in “Pretty woman”. La trama la conoscete.

“Dead cats” è il titolo di un articolo apparso il 3 maggio 1938 sulla rivista "Independent Film Journal", firmato da Harry Brandt, rappresentante degli esercenti indipendenti americani. È un attacco al sistema degli studios, accusati di ricoprire di denaro attori a contratto che non sono più in grado di portare pubblico nelle sale. Li definisce "box office poison”. Tra loro ci sono Greta Garbo, Marlene Dietrich, Joan Crawford, Fred Astaire, Katharine Hepburn. Per tutti questi attori esiste una successiva storia di riscatto e rinascita, ma la mia preferita è quella di Katharine Hepburn. Quando esce l'articolo, Katharine ha appena compiuto 31 anni ed è reduce da una sfilza di insuccessi, causati in parte dall’impopolarità della sua figura pubblica: è dipinta dalle cronache come viziata, rude, scontrosa, arrogante. “Gli spettatori pensano che io sia troppo spocchiosa - dice in un’intervista - vorrebbero solo vedermi cadere con la faccia a terra”. Il momento nero culmina con "Susanna" di Howard Hawks, un capolavoro trascurato dal pubblico. Dopo l'articolo di Brandt, Katharine decide di prendere in mano la situazione. Chiude con la RKO comprando il suo contratto per 75 mila dollari (circa 1,2 milioni di oggi). Lascia Hollywood, vola a New York per recitare a teatro in una commedia di Philip Barry, "The Philadelphia story", da lei stessa finanziata e costruita su misura per lei. Intanto, si fa regalare i diritti cinematografici dell'opera dal suo compagno, Howard Hughes. Lo spettacolo va in scena dal 28 marzo 1939 allo Shubert Theatre di New York ed è un grande successo. Gli studios, che fino a pochi mesi prima non volevano nemmeno sentirla nominare, fanno la fila alla porta di Katharine per acquistare i diritti. Lei sceglie il più grande, la MGM, a una condizione: sarà lei la star del film. "The Philadelphia Story" di George Cukor (in italiano "Scandalo a Filadelfia") esce il 26 dicembre 1940 e incassa più di tre milioni di dollari. Nella prima scena del film, Cary Grant sale sulla soglia della casa di Katharine Hepburn, le prende il volto in una mano e la scaraventa per terra. Il pubblico ride, le perdona tutto. Si può ricominciare.

Il 26 giugno 1967, Françoise Dorléac lascia Saint-Tropez a bordo di una Renault 10 presa a noleggio, diretta verso l'aeroporto di Nizza. A Londra la attende la première in lingua inglese del suo nuovo film, "Les Demoiselles de Rochefort". Nel musical di Jacques Demi, Françoise recita al fianco di sua sorella, Catherine Deneuve, un anno e mezzo più giovane di lei. Le due figlie si sono divise i cognomi dei genitori, entrambi attori, lui anche doppiatore. Catherine ha scelto quello da nubile della madre Renée Simonot, che oggi ha 107 anni. Françoise, quello del padre Maurice. È stato lui, infatti, a portare questa bambina dall'indole ribelle nel mondo dello spettacolo, fin dall’età di 10 anni, facendola iniziare proprio dal doppiaggio. A scuola Françoise è una forza ingovernabile. In compenso la sua carriera prende presto il via e corre veloce, parallela a quella di Catherine, con cui a 18 anni divide lo schermo in "La ragazza super sprint". Nel 1964 è in "L'uomo di Rio" accanto a Belmondo e in "La calda amante" di Truffaut. Diventa una star. Françoise è bellissima, ostinata e indipendente. Il film di Demi, un meraviglioso omaggio ai musical di Hollywood, è il suo trampolino di lancio per una grande carriera internazionale, come quella che avrà sua sorella Catherine. Françoise, invece, all'età di 25 anni sale a bordo di quella Renault 10, e sulla rampa 47 dell'autostrada A8, all'altezza di Villeneuve-Loubet, perde il controllo sulla strada bagnata, si schianta contro un palo. L'auto si ribalta. Lei prova a uscire, ma le portiere sono bloccate. L'auto prende fuoco. Françoise Dorléac riposa nel cimitero di Seine-Port.

È impossibile restare indifferenti di fronte all'ingresso in scena del personaggio di Bat MacPherson in "Avventurieri dell'aria" di Howard Hawks. Il pilota caduto in disgrazia, sposato con una giovane Rita Hayworth, è un uomo dall'aria tenebrosa, cappello in testa, due evidenti segni sotto gli occhi e uno sguardo penetrante, carico di rimpianti. Lo interpreta Richard Barthelmess. Nato a New York nel 1895 e rimasto presto orfano di padre, Richard cresce con sua madre Caroline, attrice di teatro. Un giorno Caroline gli presenta una donna affascinante a cui sta dando lezioni d'inglese: è la russa Alla Nazimova, una delle più influenti dive del cinema. Richard ha vent’anni, o poco più. Alla lo vede e gli dice, con quella faccia dovresti proprio recitare. Nel giro di pochi anni, diventa un idolo delle adolescenti americane. Gli Anni Venti per Richard sono gloriosi, nella prima edizione degli Oscar viene nominato per due film. Poi, succede quello che succede: arriva il sonoro e spazza via un mondo intero nel giro di pochi mesi. Richard, in verità, recita ancora in diversi film, ma tutto è cambiato e lo sarà per sempre. Anche l'età si fa sentire, così si sottopone a un intervento di chirurgia estetica, che però fallisce, lasciandogli due segni sotto gli occhi. Nel 1939 ha già quasi abbandonato il cinema quando Hawks, che lo aveva già diretto nove anni prima in "La squadriglia dell'aurora", gli affida il ruolo di MacPherson sfidando tutti, la produzione, la stampa, il buon senso (la critica, e poi la storia del cinema, gli daranno ragione). Richard è abituato a presentarsi sul set con un trucco molto pesante, per mascherare i segni che porta sul viso, ma Hawks gli impone di toglierselo. Quelle cicatrici, gli spiega, fanno parte del suo personaggio. Sono perfette così.

Peter Bogdanovich e Polly Platt sono già separati da un paio d'anni quando lei gli dà l'idea di girare un film tratto da "Addie Pray", un romanzo di Joe David Brown ambientato durante la Grande Depressione. Peter e Polly si sono conosciuti a New York nei primi Anni 60, lui cinefilo compulsivo e critico cinematografico, lei scenografa per spettacoli teatrali estivi, rimasta vedova a causa di un incidente stradale otto mesi dopo le nozze. Quando Peter decide di trasferirsi in California per diventare regista, sulle orme di Godard e Truffaut, lei lo segue e insieme scrivono il suo film d'esordio, "Bersagli". Un giorno, nel 1970, Peter è in coda al supermercato per comprare degli stuzzicadenti, perché sta cercando di smettere di fumare. Gli cadono gli occhi su una copertina di "Glamour", vede la ragazza sulla copertina e dice: questa sarà la protagonista del mio prossimo film. La ragazza sulla copertina è una modella di 20 anni di Memphis, si chiama Cybill Shepherd. Bogdanovich le fa un provino, la scrittura, si innamora perdutamente di lei, durante le riprese di “L’ultimo spettacolo” diventa il suo amante, lascia la moglie. La seconda figlia di Peter e Polly, Sashy, ha soltanto pochi mesi. Polly, nonostante tutto, continua a collaborare con Peter come scenografa. Lo fa nel film successivo, "Ma papà ti manda sola?", e poi ancora in "Luna di carta", tratto da quel libro di Joe David Brown che lei stessa gli aveva consigliato. Peter non è convinto di "Luna di carta", non ci crede davvero. Dice a Polly: lo faccio solo se curi tu le scenografie. Lei gli risponde: lo faccio solo se Cybill Shepherd non mette piede sul set. Affare fatto. Al loro divorzio si ispirerà un film, "Vertenza inconciliabile", in cui Ryan O'Neal lascia la moglie Shelley Long dopo aver incontrato e scritturato una giovanissima Sharon Stone. Polly Platt diventerà una produttrice, si sposerà di nuovo, diventerà vedova di nuovo, e a 72 anni morirà di SLA. Peter Bogdanovich compie 80 anni la prossima estate.

Sono le 17.54 del 10 marzo 1933 quando una terribile scossa di terremoto colpisce il sud della California. Passerà alla storia come “il terremoto di Long Beach": 40 milioni di dollari di danni e più di 100 morti, molti dei quali colpiti dalle macerie dei palazzi mentre cercavano di fuggire per strada. Alle 17.54 del 10 marzo 1933, a pochi chilometri dall'epicentro, si sta girando un film, anch'esso destinato a entrare nella storia: "La danza delle luci", in originale "Gold diggers of 1933". Sul set c'è il grande coreografo Busby Berkeley. Il film, infatti, si gira in due unità separate: il regista Mervyn LeRoy si occupa delle parti recitate per un mese, Berkeley dei numeri musicali, in totale autonomia, per una settimana. Le sue sequenze sono quattro. In "We're in the money" la 21enne Ginger Rogers è rivestita di monete d'oro e invade lo schermo in primissimo piano cantando in una lingua inventata. In "Pettin' in the park" si parla di gente che pomicia nei parchi: a pochi mesi dall'applicazione effettiva del Codice Hays, che regolerà la censura a Hollywood fino alla metà degli Anni 60, ci si poteva permettere questo e altro (anche se la Warner decise di montare versioni differenti per aggirare i comitati censori dei singoli stati). Il film termina con lo struggente numero "Remember my forgotten man", un affresco devastante della Grande Depressione, quasi impensabile dopo un'ora e mezza di schermaglie amorose. In mezzo, c'è “Il valzer delle ombre”: decine di ballerine suonano violini illuminati con il neon su un'enorme piattaforma. È questa la sequenza che Berkeley sta girando alle 17.54 del 10 marzo 1933. La scossa causa un blackout improvviso. I violini vanno in corto circuito (la ballerina Dorothy Coonan Wellman, futura moglie di William Wellman, racconterà che quei maledetti violini durante tutte le riprese continuavano a darle la scossa). La scenografia, che porta le ballerine fino a 10 metri d'altezza, trema. Tutto è buio. Berkeley rischia di cadere da una gru, si salva, rimane appeso per una mano. Prima di tirarsi su, pensa alle sue ballerine. Sedetevi, urla Berkeley, e state immobili. Andrà tutto bene.

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